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Quattro cerimonie del tè: mezza tazza è piena di amicizia

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© 145/Lucidio Studio Inc/Ocean/Corbis

Gesti antichi, riti misteriosi, attenzione ai più piccoli dettagli. Bere il tè può diventare cerimonia. Le tradizioni di Cina, Giappone, Russia e Corea.

C’è chi beve il tè per il suo gusto, chi perché è una bevanda dissetante, chi per condividere momenti piacevoli in compagnia degli amici. Ma il tè in molti Paesi è un’occasione speciale, come in Giappone, Cina, Russia e Corea.
 
Giappone: imparare a godere della semplicità
Il tè è una bevanda importante in Giappone e la cerimonia del tè un evento molto sentito, un’occasione per rilassarsi e imparare a godere delle cose che ci circondano nella loro semplicità. Ci sono due tipi di cerimonia del tè: Chanoyu, che significa “acqua calda per il tè” (a volte chiamato il Matcha), e Sencha.
La cerimonia Chanoyu si svolge in una casa da tè di bambù o di legno chiamata Chashitsu, che di solito può ospitare quattro persone. Il giardino che circonda la casa è molto semplice, con piante verdi, un piccolo giardino roccioso e un ruscello. C’è un percorso che si snoda nel giardino e che porta alla sala da tè.
Se si decide di partecipare a questa cerimonia del tè ci sono alcune regole da seguire. Prima di tutto bisogna aspettare di sentirsi calmi e rilassati prima di varcare la soglia della casa da tè. Il Teishu, o maestro di cerimonie, dà il benvenuto mentre l’ospite attende in giardino. Poi porta dell’acqua fresca per dissetarsi e lavarsi le mani, e chiede di seguirlo lungo il percorso fino alla casa del tè.
A questo punto il maestro di cerimonie prepara il tè usando polvere di tè verde, chiamato matcha. Questo tè viene mischiato con acqua calda usando una frusta di bambù e poi servito in piccole ciotole. Ci si siede intorno ad un tavolo basso e quando il Teishu offre il tè, la tazza va presa con la mano sinistra e poi tenuta con la destra. Va inoltre ruotata verso destra in modo da non bere dal lato che si aveva davanti. Di solito vengono offerti una torta o un mochi, dolcetto a base di riso glutinoso, per accompagnare la bevanda.
Una volta finito di mescolare il tè, la tazza va girata verso sinistra e posizionata sul tavolo. Nota importante: il tè va bevuto tutto.
La tradizione di girare la tazza è un modo per dimostrare rispetto al maestro di cerimonia: significa che lui ha offerto il lato migliore della tazza, ma l’ospite non si sentiva abbastanza degno di bere da quella parte. A volte i partecipanti bevono da un’unica tazza che viene fatta passare di mano in mano.
La cerimonia Sencha è più semplice e “rilassata”, e quindi utilizzata più spesso dai bevitori di tè.
La maggior parte dei giapponesi non possiede una propria casa da tè, ma è iscritta a un Tea Club che frequenta ogni settimana per partecipare alla cerimonia del tè.
Cina: metà tazza è piena di amiciza
In Cina bere e servire il tè è un’arte millenaria, chiamata Cha Dao. L’obiettivo è quello di valorizzare il profumo e il sapore di ogni tipo di tè, e quindi le regole non sono sempre le stesse.
Solitamente il tè viene fatto in piccole teiere d’argilla, che vengono prima sciacquate con acqua bollente e in cui poi si inseriscono le foglie di tè, utilizzando dei bastoncini di legno o di bambù. Le foglie vengono fatte rinvenire versandovi sopra dell’acqua calda e poi ne viene aggiunta ancora per fare il tè. La temperatura dell’acqua è molto importante, perché se è troppo calda rischia di rovinare il gusto del tè.
In meno di un minuto il maestro di cerimonia versa il tè nelle tazze con un metodo particolare: le dispone in cerchio una vicina all'altra e serve il tè in una volta sola. Le tazze di tè vengono riempite solo per metà, perché i cinesi credono che il resto sia pieno di amicizia e di affetto.
Chi serve il tè passa la tazza e invita l’ospite prima ad apprezzarne il profumo. Per ringraziare del gesto, chi si accinge ad odorare il tè batte il dito tre volte sul tavolo.
Il modo più educato per bere il tè è terminare la tazza in tre sorsi.
 
Russia: il tè da diluireDonna Pantaloni In Stretch Baschina Pantapalazzo Tessuto Alta Con 80OZwkXNnP
Il tè è la bevanda preferita in Russia. Viene servito in teiere o samovar, un particolare bollitore metallico tradizionalmente usato per scaldare l’acqua e al cui vertice c’è un alloggiamento per ospitare una teiera di tè concentrato.
Il tè in Russia viene solitamente bevuto nel podstakanniki, uno speciale bicchiere di vetro con supporto in argento.
Solitamente il tè in Russia si beve durante o dopo il pasto, ma il samovar è sempre pronto per chi volesse bere una tazza di tè nel corso della giornata. Il tè nella teiera posto in cima al samovar è molto concentrato, preparato lasciando in infusione molte foglie di tè. Questa miscela, che viene chiamata zavarka, è talmente forte che va diluita con l’acqua prelevata dal beccuccio del samovar prima di essere bevuta.
I samovar possono essere di diverse dimensioni e possono arrivare a contenere trenta litri di acqua.
 
Corea del Nord e Corea del Sud: la Cerimonia proibita per il Re
Il tè è una delle bevande più popolari in Corea e le prime cerimonie del tè si sono svolte più di mille anni fa. Le cerimonie coreane sono simili a quelle cinesi e giapponesi, ma meno formali.
I monaci bevono il tè come aiuto alla meditazione e anche le persone comuni sentono che le cerimonie del tè sono occasioni spirituali strettamente connesse alla vita religiosa.
Il tè viene considerato una bevanda piacevole, piena di qualità positive, che riduce la solitudine e rasserena il cuore. È un conforto per la vita quotidiana.
In Corea ci sono molte sale da tè, sia nelle grandi che nelle piccole città, dove gli amici si trovano spesso a  bere il tè insieme. Le cerimonie del tè sono ancora oggi riservate alle occasioni importati, come compleanni o anniversari.
Dal 1392 al 1910 le cerimonie del tè venivano eseguite regolarmente nei palazzi reali in Corea e vi erano due tipi di cerimonie: una per tutti i giorni e una per le occasioni speciali. C’era anche una cerimonia a cui il re non era invitato, chiamata la Cerimonia della Regina, durante la quale la regina incontrava amiche e parenti. L’unico uomo ammesso era il principe ereditario, il figlio maggiore della regina.
 
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Monza, oltre il Gran Premio: la Villa, la Corona e la Regina che amava i confetti

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© M. Donadoni, Consorzio Villa Reale e Parco di Monza

Monza: pochi chilometri da Milano nel cuore della produttiva Brianza per un luogo ricco di arte e storia. Con un Duomo trecentesco; con la Corona Ferrea che custodisce una delle Reliquie più sacre della Cristianità e con altri due gioielli da poco restaurati: la Villa Reale e la Cappella di Teodolinda che da soli varrebbero il viaggio!

Tutti conoscono Monza per l’Autodromo che sorge in un immenso Parco. Eppure in quel Parco, istituito nel 1805 da Napoleone, il circuito non è che uno degli ultimi “ospiti”, insieme a ville, cascine e mulini. La vera star ora è tornata a essere lei: la Villa Reale, una delle più grandi “ville di delizia” disseminate tra i dolci declivi della Brianza. Il restauro finito nel 2014 l’ha restituita al pubblico come splendido monumento e sede di mostre. L’architetto G. Piermarini la eresse come dimora estiva per Ferdinando d’Asburgo nel 1780. Di quell’epoca resta prova nel Salone da Ballo ornato da trompe l’oeil e da putti a monocromo intenti negli svaghi della corte: musica, arte e anche il gioco della mosca cieca!
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Arciduchi, re e imperatori, tra sfarzo e… comodità
Nelle sale magnifiche vissero Eugenio di Beauharnais, figliastro di Napoleone e l’Arciduca Ranieri d’Asburgo, ma la veste attuale si deve a Umberto I e Margherita di Savoia che a fine Ottocento vi allestirono gli Appartamenti degli Imperatori di Germania, quelli del figlio Vittorio Emanuele III e della Duchessa di Genova, madre della regina. Uno sfarzo esibito nei bei pavimenti intarsiati, dove appare la “U” di Umberto I; negli stucchi e nelle boiserie, come quelle floreali del Gabinetto degli Imperatori. Furono allora allestiti anche gli Appartamenti di Umberto I e di Margherita, dove, fra salotti, camere e guardaroba, si trovano anche i bagni forniti di acqua corrente calda e fredda. Comodità che, nel clima di modernità del momento, videro la villa dotarsi di luce elettrica, ascensori e telefono. Qui si trova anche il letto su cui fu deposto il corpo esanime del re, dopo l’attentato del 29 luglio 1900. Da allora si chiuse il sipario sulla villa, decretandone il progressivo abbandono.
 
Il Belvedere: una finestra sul parco
Il sottotetto della villa, o Belvedere, è stato restaurato portando a vista le capriate lignee del Settecento e i lucernari che illuminavano le sale sottostanti. Al momento (2015), lo spazio è sede del Triennale Design Museum, in collegamento con l’Istituto per le Industrie Artistiche che fu in villa dal 1919 al 1943.
 
Il Duomo di Monza: tra mille, due buoni motivi per non perderlo
Ma non è tutto e Monza, nel suo bel centro storico, di sorprese ne riserva ancora. Su una piazzetta che pare fuori dal tempo si affaccia il Duomo con la bellissima facciata bicroma. Oltre la soglia, in un tripudio di affreschi del XVI-XVIII secolo, si raggiunge il magnifico altare trecentesco. La vera sorpresa è però la Cappella di Teodolinda, dedicata alla regina dei Longobardi fondatrice della chiesa. Qui è custodita la Corona Ferrea, databile al IV-IX secolo, con cui si incoronarono re e imperatori, Napoleone compreso. Il suo inestimabile valore è dato da quel “ferro” che le dà il nome, forgiato con un Chiodo della Croce del Cristo. La reliquia appartiene al bel Museo del Duomo che ospita anche la famosa “Chioccia con i pulcini”, opera di oreficeria del IV-VII secolo e le vetrate del rosone del Duomo. Ma sono gli spettacolari affreschi delle pareti la prima fonte di meraviglia della cappella che gli Zavattari eseguirono tra il 1441 e il 1446. Circa 500 metri quadrati dedicati alla vita di Teodolinda in uno dei più vasti e completi cicli decorativi del Gotico Internazionale, fatto da scene affollate di personaggi in abiti sontuosi che compongono un prezioso spaccato della vita e delle usanze del XV secolo. Un esempio? Il banchetto del matrimonio con il re longobardo Agilulfo, in cui per la prima volta compaiono… i confetti!
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Informazioni pratiche
Villa Reale di Monza: viale Brianza 1, Monza
Apertura: martedì-domenica, h. 10-19;
venerdì, h. 10-22 (chiusura della biglietteria un’ora prima). Ingresso a pagamento.
Giardini e Parco della Villa Reale: aperti tutti i giorni, 7-18,30 (inverno); 7-20,30 (estate).
Duomo di Monza, Museo e Tesoro del Duomo: piazza Duomo, Monza
Apertura: martedì-domenica, h. 9-13 e 14-18 (Cappella di Teodolinda accessibile da maggio 2015). Ingresso a pagamento.
Link: www.museoduomomonza.it
Mappa itinerario
 
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Articoli

15 dicembre 1944. Chico Mendes: l'uomo e la foresta

Sostenibilità / Edgar H. Meyer -

By Miranda Smith, Miranda Productions, Inc. (Own work) [CC BY-SA 3.0]
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Da estrattore di caucciù a simbolo internazionale contro il disboscamento della foresta amazzonica, per le lotte delle popolazioni indigene e per uno sviluppo sostenibile. A settanta anni esatti dalla sua nascita, Chico Mendes è latore di un messaggio ancora attuale: "La foresta ci unisce, ci rende fratelli, di fronte al pericolo comune. Ecco perché il mio lavoro in difesa dell'Amazzonia non potrà fermarsi".

Francisco - Chico - Mendes (15 dicembre 1944 - 22 dicembre 1988) era un raccoglitore di caucciù (seringueiro) di Xapurì, nello Stato brasiliano dell’Acre. Cresce in un ambiente dove predominano analfabetismo, abbandono, isolamento e povertà. Dal 1975 è segretario generale del Sindacato dei lavoratori rurali di Brasiléia e promotore della nascita del sindacato a Xapurì. Diventa leader dei seringueiros, legando il proprio nome alla lotta contro il disboscamento della foresta amazzonica. Guida le manifestazioni pacifiche davanti ai bulldozer per impedire la deforestazione ed entra in conflitto con gli interessi dei latifondisti (fazendeiros). Nel 1985 dirige il primo congresso nazionale dei seringueiros e lancia l’idea che le foreste debbano restare proprietà comune in mano allo Stato. Riesce a portare le rivendicazioni dei contadini e delle popolazioni indigene dell'Amazzonia all'attenzione dei media internazionali. Viene assassinato la vigilia di Natale del 1988, a 44 anni, davanti a casa.
 
Il contesto: il disboscamento dell’Amazzonia
A partire dal 1970 la giunta militare del Brasile lancia un piano per lo sviluppo dell’Amazzonia: incentivi fiscali e finanziamenti per investire nell’Ovest del paese e la costruzione della strada transamazzonica BR-364. A prendere in mano la situazione sono i fazendeiros e i grandi proprietari agricoli del Sud. Il Mato Grosso e la Rondônia vengono disboscati in pochi anni per far posto all’allevamento e al pascolo di bestiame da carne. Poi è la volta dell’Acre, dove vive Mendes. Praticamente tutto lo Stato è coperto dalla foresta nativa: nel 1975 le zone disboscate sono poco meno dell’1 per cento del territorio, nel 1988 sono il 12,8 per cento. 19mila e 500 chilometri quadrati di foresta sacrificati in 13 anni. A metà del 1987 il satellite NOAA-9 rileva grandi incendi in Amazzonia. Quella stagione, ai lati della BR-364, si registrano più di 200.000 incendi. Il doppio della superficie della Svizzera brucia. Setzer, il ricercatore brasiliano che segue le immagini satellitari sul suo computer, stima che gli incendi immettono nell’atmosfera oltre 500 milioni di tonnellate di carbonio: pari al 10% dell’apporto mondiale dei gas serra che influenzano il clima ogni anno.
 
“Un modello agricolo insostenibile”
In Amazzonia, denuncia Mendes, il modello di espansione agricola è insostenibile: il bestiame è importato dall'India ed è macellato per essere utilizzato nelle catene di fast food. Quando piove il terreno fragile, indifeso, si erode rapidamente. In pochi anni le fattorie abbandonate dell'Amazzonia somigliano ad un semi-deserto. Indios e seringueiros sono costretti ad emigrare e a stabilirsi nei ghetti delle baraccopoli e nelle favelas, senza radici e senza lavoro.
Il 6 dicembre 1988, a San Paolo, Mendes partecipa a un seminario organizzato dall’Università titolato “L’Amazzonia brucia”. Lì, due settimane prima di essere assassinato, denuncia ancora il modello di sviluppo insostenibile portato avanti dai grandi latifondisti e pronuncia un famoso discorso che conclude con queste frasi: “Non voglio fiori sulla mia tomba, perché io so che andranno a estirparli nella selva. Voglio solo che la mia morte serva per porre fine all'impunità degli assassini che contano sulla protezione della polizia di Acre e che dal 1975 hanno ucciso nella zona rurale più di 50 persone come me, leader seringueiros impegnati a salvare la foresta amazzonica e a dimostrare che il progresso senza distruzione è possibile”
 
Le riserve estrattive, modello di sostenibilità
“All'inizio ero convinto di lottare per salvare gli alberi della gomma, poi sapevo di cercare di salvare la foresta amazzonica. Ora ho capito che con le mie azioni sto cercando di salvare l'umanità”.
Chico Mendes è fra i promotori della creazione delle cosiddette “riserve estrattive” dell’Amazzonia, un programma di utilizzo delle risorse senza distruggerle: elabora, negli incontri con i seringueiros, l'idea di creare zone della foresta pluviale dove poter raccogliere non solo il caucciù ma anche frutti selvatici e medicinali naturali. Si dimostra che un ettaro di foresta produce (solo in gomma, noci, resine e frutta) molto di più di un ettaro dedicato al bestiame. Le riserve estrattive, diversamente  dalla creazione di pascoli, garantiscono la conservazione delle foreste e delle popolazioni indigene.
 
Un seme che germoglia?
Dal 1999 gli ideali di Mendes si stanno realizzando nello Stato dell’Acre con l’avvio di una politica di sviluppo sostenibile, capace di rendere compatibile la crescita economica con la tutela dell’ambiente e dei diritti umani. Il successo di queste politiche di sviluppo sostenibile è legato alla volontà di valorizzare in loco le limitate risorse naturali che si possono estrarre dalla foresta senza pregiudicarne l’equilibrio e la salvaguardia.
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A Chico Mendes sono dedicati, in tutto il mondo e in Italia, parchi, giardini e cooperative per lo sviluppo sostenibile. Milano, la città di Expo Milano 2015, ha piantato in piazza Fontana (verso via Cesare Beccaria) un albero in suo onore. La targa riporta: "Questo tiglio vive per ricordarvi Chico Mendes e i popoli dell'Amazzonia che hanno difeso e difendono la Grande Foresta e questa nostra piccola Terra. Il Comune di Milano, 18/03/1989".
 
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